Qualora un’azienda si trovi in mancanza di liquidità, ha diverse alternative per sopperire a tale mancanza. È importante tenere sotto stretto controllo i flussi di cassa perché sono vitali per determinare lo stato di salute di un’impresa e per garantire la cosiddetta continuità aziendale.

Per poter intervenire con un piano di risanamento efficace è quindi essenziale puntare sul working capital, ovvero il capitale operativo, che è la somma del denaro necessario ad un’impresa per funzionare quotidianamente, e corrisponde alla differenza fra attività e passività imminenti. Le attività possono essere ad esempio la cassa, i crediti verso i clienti e le scorte di magazzino, mentre al contrario le passività sono i debiti verso i dipendenti, verso i fornitori e l’erario.

Sono dunque diverse, a seconda della particolare necessità della società, le opzioni percorribili.

Si può ad esempio anticipare il tempo di fatturazione, in modo da accelerare la tempistica di riscossione del credito, garantendo magari una scontistica a quei clienti che saldano la fattura immediatamente o prima dei canonici 30/60/90 giorni. Anche dilazionare il pagamento in più tranche è un’opzione del tutto valida.

Qualora invece il momento di carenza di liquidità sia contingente e non estremamente consistente, l’azienda può richiedere un fido per superare il divario che separa i pagamenti da effettuare e gli incassi da riscuotere.

Diverso invece se si prevede di intervenire sulle infrastrutture e i macchinari con un rinnovamento, ristrutturazione o acquisto di nuove macchine; in tal caso sarà necessaria una disponibilità liquida maggiore. In tal caso la scelta che più agevola in termini di condizioni la società è quella del finanziamento, perché non incide massivamente sulla liquidità ma consente una rateizzazione sostenibile, fermo restando anche l’importanza del calcolo del tasso di interesse.

Altra miglioria che la società può attuare è quella di una più corretta gestione di magazzino, in modo da non essere impreparati di fronte alle richieste dei clienti, ma nemmeno da essere appesantiti da uno stoccaggio eccessivo. Entrambe le prospettive sono, infatti, decisamente poco funzionali: la prima dipende o da un’incapacità di acquisto di sufficienti materie prime per soddisfare le commesse o da uno spazio che non è sufficiente a garantire le stesse, oppure da un mancato controllo e previsione degli incarichi in arrivo. L’eccedenza invece crea obsolescenza di prodotti e problemi di mancato utilizzo. L’ideale sarebbe ottimizzare le tempistiche di reintegro prodotti qualora fossero mancanti, riducendole al minor tempo possibile e una corretta gestione dei flussi degli ordini; talvolta anche richiedendo una consulenza ad un match advisory.

Qualora sia possibile è ovviamente consigliato far ricorso al pagamento a step o posticipato dei fornitori, sempre tenendo conto le spese fisse che sono stipendi, affitti, debiti e imposte.

Una corretta organizzazione e gestione di questi elementi può essere determinante non solo per costruire una credibilità aziendale a livello territoriale e non, ma può fare la differenza nella creazione di un percorso di crescita e successo per quest’ultima.


 

Spesso, nel momento in cui bisogna effettuare una valutazione di una società che incorpori i fattori di rischio che la stessa comporta, è necessario essere in possesso di alcune informazioni relative ai debiti, crediti, asset, bilanci, eccetera. Sono informazioni di non facile reperimento in modo autonomo, ragion per cui ci si rivolge a piattaforme esterne che forniscano questi dati, certificandoli.

Una delle più affidabili e complete in Italia è Cerved Business information s.p.a., di facile fruizione ed intuitiva, che, appoggiandosi ad un sapiente uso delle informazioni rilasciate dalla Camera di Commercio, fornisce dati circa anche la solvibilità e la struttura dell’impresa, sia economica che finanziaria, in modo che, qualora si voglia investire, lo si possa fare in modo conscio, avendo tutte le risorse a disposizione per una valutazione corretta e ponderata.

I diversi prodotti messi a disposizione e acquistabili da Cerved sono: il report, ovvero la valutazione del rischio di impresa e del credito concedibile alla società, a seguito di una valutazione da parte di professionisti; il dossier, che informa su imprese e persone (anche persone fisiche), attingendo a fonti d’informazione verificate e diversificate; il prospetto, che contiene informazioni come la visura camerale e dati d’archivio; il bilancio, che fornisce appunto quest’ultimo; le visure, che dipingono un quadro degli asset immobiliari dei soggetti, oltre ad eventuali pignoramenti, ipoteche, ecc; procedure in corso, che fornisce appunto una rendicontazione circa processi denunciati alla Camera di Commercio; e via dicendo.

Emerge chiara e forte l’esigenza, o meglio ancora la necessità di fare uso di questi strumenti, che sono ciò che fornisce l’assist all’investitore, da affiancarsi alla sua esperienza maturata nel tempo, alla sua competenza e al proprio specifico know how.


 

Il 12 gennaio 2019 sono state introdotte delle modifiche per quanto riguarda il Codice della crisi d’impresa, con conseguenti interventi circa l’articolo 2086 del Codice Civile.

Nel testo precedente vi era sancito come l’imprenditore fosse a capo dell’impresa e fossero a lui sottoposti dipendenti e collaboratori. Nella nuova modifica viene resa nota l’esigenza di istituire un assetto organizzativo che svolga un controllo ed un monitoraggio costante per l’eventualità della crisi di impresa, anche nella prospettiva in cui si debba intervenire tempestivamente per il superamento della stessa e il recupero della continuità aziendale.

Ciò di fatto pone le Società a responsabilità limitata (srl) al pari delle Società per azioni (SpA), qualora venga riportato all’attivo uno stato patrimoniale di almeno 4.400.000 euro o ricavi di almeno 8.800.000 euro.
Dunque devono essere introdotti maggiori controlli, al fine di arginare, monitorare ed eventualmente meglio gestire il possibile rischio d’impresa e l’eventualità di insolvenza, facendo riferimento a strumenti come l’analisi della Centrale dei Rischi di Banca d’Italia, e via dicendo.

L’intenzione di questa modifica è quella di accordare contestualmente l’esigenza dei creditori, che puntano alla solvenza del credito nel loro confronti, da un lato, e , dall’altro, quella dell’imprenditore, che costantemente cerca di sanare la propria azienda, preservandola.

All’articolo 2086 viene quindi aggiunto un secondo comma, che così recita: “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.
Necessario maggiore controllo quindi, che eviti situazioni potenzialmente e fattualmente patologiche che possano influire nel benessere dell’azienda.

Vi è ovviamente una fisiologica differenziazione per quanto riguarda l’intervento che l’imprenditore individuale è chiamato ad adottare, che si limita alla mera introduzione di misure che riescano a rilevare e monitorare la crisi imprenditoriale, e quelle richieste all’imprenditore collettivo, i cui provvedimenti sono orientati anche alla rilevazione della crisi, ma non esclusivamente.

Sono ovviamente previste delle sanzioni qualora le aziende non si adeguino tempestivamente alle modifiche introdotte. Si evince tuttavia che i soggetti principali della modifica dell’articolo 2086 siano solo determinati enti e soggetti, specialmente di dimensioni considerevoli.

Un’ulteriore modifica è stata apportata all’articolo 2477, sempre nei primi mesi del 2019, che resta nell’ambito di un apporto di maggiore controllo per le srl e le cooperative a responsabilità limitata. Viene esposta anche qui la necessità della nomina di un revisore unico e/o organo di controllo, che dovrà occuparsi della redazione di un bilancio consolidato, del controllo di una società che sia obbligata alla revisione dei conti e che abbia all’attivo uno stato patrimoniale di 4 milioni di euroe dei ricavi del medesimo importo.

EDUCAZIONE FINANZIARIA

Siamo portati a pensare alle canoniche materie scolastiche, come la matematica, la storia, la letteratura, le scienze.
Ma un’esigenza si fa spazio, con una crescente risonanza: l’ora di educazione finanziaria. Altrettanto importante al pari di materie sorelle, una maggiore conoscenza del sistema finanziario apporterebbe un significativo cambiamento all’approccio che i giovani hanno con le risorse a loro disposizione.
Inoltre una maggiore conoscenza e sensibilità circa l’argomento rappresenta un fondamentale obiettivo da raggiungere, non solo a livello personale, ma globale.

Ne hanno dunque compreso l’importanza Paesi come il Portogallo, la Finlandia e il Regno Unito che hanno introdotto l’educazione finanziaria nei propri programmi scolastici.
Essere coscienti e padroni di queste dinamiche consente altresì un maggiore controllo dei propri risparmi, tanto da garantire, in caso di crisi, uno scudo che sia in grado di limitare l’entità dei danni, altrimenti inestimabili.

I giovani studenti che escono dalle scuole hanno una preparazione accademica invidiabile, ma si trovano spaesati di fronte a concetti di finanza molto semplici e basilari, la materia viene vista come ostica e inconoscibile, solo perché, semplicemente, c’è carenza di informazioni e spiegazioni in merito.
E proprio la scuola, il cui obiettivo primario quotidiano è quello di fornire ai ragazzi gli strumenti con cui possano costruire un domani migliore, deve farsi carico della formazione e delle spiegazioni, in modo che si appianino le differenze e si faccia finalmente chiarezza su questa “oscura materia”.

La cultura e l’informazione sono strumenti potentissimi per essere padroni e artefici del proprio destino, a maggior ragione se gli ambiti di riferimento toccano aspetti sensibili come le finanze di cui siamo a disposizione; anche solo la tenuta del bilancio casalingo consente una maggiore consapevolezza di cosa spendiamo, come lo spendiamo e quanto, in modo tale da non restare all’oscuro e in balia di cifre che, fondamentalmente, parlano di noi e delle nostre abitudini ed esigenze.

Solo successivamente si potrebbe quindi incominciare a parlare di investimenti, attualmente relegati agli addetti del settore o agli appassionati della materia. Pratiche normalissime e d’uso e consuetudine, che andrebbero consolidate anche in Italia.
Nel nostro Paese è l’OCSE, ovvero l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che, con cadenza triennale, si occupa di verificare il livello di informazione degli adolescenti in merito alla materia finanziaria attraverso l’indagine chiamata PISA (Programme for International Student Assessment) portata avanti da oltre un ventennio.

Si parla proprio della necessità di una alfabetizzazione finanziaria, perché i dati che emergono sono critici: la consapevolezza finanziaria è più forte fra i 35 e io 45 anni, proprio perché i giovani italiani sono più “lenti” a lasciare la famiglia, e acquisiscono autonomia più tardi rispetto ai loro coetanei europei, ma una maggiore sensibilizzazione sull’argomento, unita ad un occhio critico e ad una capacità pratica di applicazione potrebbe rappresentare una sostanziale inversione di rotta nel trend stabilito.

STRIPE: UN CAVALLO CHE CONTINUA A VINCERE DA OLTRE UN DECENNIO

È il 2010, ci troviamo ancora una volta di fronte a un esempio di come una realtà possibile, immaginata, diventi concreta, con le giuste accortezze e un pizzico di follia.

Due giovani ragazzi di nome John e Patrick Collison, programmatori sin da bambini e fratelli, decidono entrambi di lasciare le prestigiose scuole in cui svolgono la loro formazione: niente più Harvard e MIT, è ora di passare all’azione.
I due credono in un progetto, credono fortemente nella creazione di un API (interfaccia di programmazione delle applicazioni, ndr) innovativo, che sia al contempo semplice e intuitivo, ma in grado di processare migliaia di transazioni al secondo.

Sono i programmatori di un gateaway di pagamento che nel 2015, a pochi anni dalla progettazione, ha fatto impallidire il colosso PayPal, tanto da indurre l’azienda, insieme ad altri colossi del mercato, ad investire nel progetto.

Stripe è appunto un metodo di pagamento che consente a tutti, privati e aziende, di inviare o richiedere denaro con immediatezza e semplicità.
C’è inoltre un utile sistema di fatturazione e abbonamento che permette agli e-commerce di creare servizi personalizzati per i prodotti disponibili in vendita, come ad esempio per degli abbonamenti su servizi ricorrenti.

La percentuale trattenuta da Stripe per ogni transazione è irrisoria, persino più bassa di quella di PayPal, e l’azienda si occupa di gestire ogni processo nel corso del pagamento, dall’inizio alla fine, in modo da rendere la user experience il più fluida e controllata possibile.

La differenza fra i due colossi sta proprio nel fatto che il primo è progettato per degli sviluppatori, con funzioni anche per utenti meno esperti, quindi consente un maggiore grado di personalizzazione e inserimento all’interno del sito, mentre il secondo è più un’interfaccia per utenti base, con meno possibilità di integrazione.

Il Covid-19 ha poi dato un’enorme scossa al sistema: chiusi in casa, anche i più restii si sono dati agli acquisti online. C’è stata un’impennata senza precedenti e Stripe è riuscita a chiudere un round di finanziamento che ha sbaragliato colossi come Facebook ed Uber: ben 600 milioni di dollari, che hanno consentito all’azienda di raggiungere un valore di circa 95 miliardi di dollari.

Sono cifre da capogiro che consentono di comprendere quanto lo sviluppo del futuro sia tutto incentrato sui servizi al singolo, sulla smaterializzazione e sul paperless.


QUANTO VALE IL TUO LAVORO?

«Non è tanto quello che hai fatto, è ciò che ha prodotto quello che hai fatto a fare la differenza.»
Mi capita di discutere con alcuni professionisti, spesso colleghi, su quale sia il reale valore del servizio che produco. In queste occasioni di confronto mi piace raccontare la storia di Pietro Orlandini, credo sia il modo più chiaro per dare l’esempio di cosa voglia dire davvero la parola “Competenza”.
C’è uno sceicco arabo che arriva col suo yacht in Italia, per andare a Montecarlo. Ad un tratto il motore va in avaria e lui è costretto a fermarsi, con il suo grandissimo yacht di 60 metri, a Genova. Una volta fermi, il capitano chiama la società che ha prodotto i motori della nave e al telefono gli dicono che, per avere il pezzo di ricambio, devono aspettare 15 giorni.

Lo sceicco arabo, arrabbiatissimo, si domanda come sia possibile che a Genova non ci sia nessuno capace di fare partire il suo yacht...
Il capitano, scendendo dalla nave, inizia a parlare con altri marinai chiedendo loro se c’era qualcuno in grado di risolvere il problema. Un marinaio si avvicina e gli suggerisce di chiamare un certo Pietro Orlandini, ormai in pensione, capace di aggiustare qualsiasi motore.


Lo sceicco, venuto a sapere dell’esistenza di questo strano signore, dice al capitano di trovarlo e di riempirlo di soldi, basta che trovi un modo per far ripartire la nave!
Pietro Orlandini viene rintracciato (un vecchietto di ormai 85 anni, stile “braccio di ferro”, molto magro e spigoloso) e arriva al porto con la sua mazzetta, un grande martello, pesante e massiccio.

Il capitano gli inizia a spiegare il problema del motore, mentre lui osserva la nave, ormai tirata su a secco, da tutte le angolazioni.
Pietro inizia a toccare un po’ sulla chiglia, dà dei piccoli colpetti con la mazzetta fino a quando, in un preciso punto, ne dà uno molto più grosso.
Ad un tratto il motore della nave riparte!

Arriva subito lo sceicco chiedendo chi sia stato a far ripartire la nave... Il comandante indica Pietro Orlandini. Lo sceicco, piacevolmente stupito, chiede a Pietro quanto vuole per questa riparazione miracolosa fatta solo un colpo secco di martello.
Pietro risponde:
“10.000€ sono più che sufficienti!”

Lo sceicco si meravigliò!
“Caspita però! Pur di non aspettare 15 giorni ero disposto a spendere qualsiasi cifra ma per un colpo di martello 10.000€ non ti sembrano tanti?
Pietro risposte:
“No no no il colpo di martello costa 1 euro, gli altri 9.999€ sono per sapere dove darlo, questo colpo di martello, e sapere quando darlo”
Il punto!?
Non è tanto quello che hai fatto ma è quello che hai prodotto con quello che hai fatto che conta!

Conta il risultato, non la fatica che hai fatto per raggiungerlo.
Sei un professionista per i risultati che produci non per la fatica che metti nel lavoro che fai.
Spesso, se non viene vista dal nostro cliente la fatica e il sudore, se non dimostriamo l’enorme impegno nel fare quel determinato lavoro, ci sembra quasi di non saper giustificare le nostre fatture.
Il punto è che a valutare la capacità di un professionista dovrebbero essere i risultati, non la fatica fatta. Poco importa quanto ci hai messo per fare quello che hai fatto, evidentemente ti sei impegnato maggiormente anni prima per studiare quella nave e per sapere dove dare il colpo.
L’importante è che tu faccia ripartire la nave… sempre.


COVID-19 E AZIENDE: UNA CRISI DILAGANTE

Non è purtroppo ignoto il fatto che il covid-19 stia mettendo in difficoltà ogni settore facente parte della ruota economica, senza risparmiarne alcuno. Aziende, persone, intere famiglie di cui prima non c’era alcuno storico di insoluti verso le banche, verso fornitori e debiti verso i dipendenti, si trovano attualmente ad affrontare il rischio di fallimento, a guardare negli occhi la possibilità di dover rinunciare a quanto è stato costruito con una vita di sacrifici, tenacia e investimenti.
Siamo in un momento in cui restare a galla è tutto e le opportunità per farlo, naturalmente, scarseggiano.

Diversi sono stati i movimenti che le organizzazioni criminali in Italia hanno cercato di attuare per offrirsi come garanti, come potenziali eroi-salvatori, a dispetto di uno Stato che non riesce a stare al passo con la situazione emergenziale attuale.
A differenza del passato, in cui le organizzazioni criminali non erano quasi mai coinvolte nel circuito dell’usura, adesso si stanno riconvertendo, nel tentativo di incanalare capitale sporco per cercare di ripulirlo, offrendosi agli imprenditori con volto amico, come possibile via di fuga dal tracollo finanziario.
Il linguaggio è tuttavia cambiato, il volto dell’usuraio non è più quello dello strozzino che chiede interessi da capogiro, bensì vengono messi pegni su immobili, vengono estorte promesse di assunzione o di acquisto di beni, per ripagare il precedente investimento di capitale.

Situazioni, queste, note perché sono in aumento i casi di denuncia, e vi è un effettivo riscontro sulla situazione vigente. Basti pensare che, stando a Banca d’Italia, sono circa 100mila le aziende a rischio fallimento sul territorio che tenteranno in ogni modo di restare vive.
Un problema, questo, che ci pone davanti l’esigenza di un ritorno alla finanza buona, quella che nasce dall’incontro di più menti che, insieme, si uniscono per migliorare il futuro e offrire servizi, persone che guardano oltre lo stato attuale delle cose e si adoperano per la realizzazione di un sogno.
Purtroppo molte banche hanno ormai negato l’accesso alla liquidità alle piccole realtà territoriali, proprio perché la spersonalizzazione galoppante ha impedito la venuta a galla delle storie locali, mentre prima i prestiti venivano ugualmente concessi ed erogati, perché la base costituente era proprio il personale rapporto di conoscenza fra il direttore della banca locale e l’imprenditore.

La parola chiave di questo periodo è la resilienza.
Cercare di restare quanto più positivi e propositivi come non mai è essenziale, proprio perché non bisogna soccombere ad una realtà che cerca di abbattere, ma bisogna trovare dentro di sé e nella propria rete la linfa vitale per continuare a costruire qualcosa di positivo.

“Nelle difficoltà tu spera,
Nelle avversità tu lotta,
nella fatica, tu resisti,
tutta l’energia che donerai al mondo,
ti sarà restituita moltiplicata.
Credimi!”
(Stephen Littleword)


N26 E LA RIVOLUZIONE DEL PAPERLESS

Ogni epoca porta con sé uno spirito rivoluzionario, che si manifesta in modi molteplici, sorprendenti e sempre imprevedibili. Questi anni ci hanno spinto verso una fortissima digitalizzazione, che ha coinvolto non solo il settore finanziario, ma anche quello umano, sociale, artistico e produttivo. Ora la presenza non è un prerequisito fondamentale.
Possiamo incontrarci via Skype, comprare azioni a Tokyo stando comodamente sul divano di casa nostra, seguire vicende dall’altra parte del mondo in tempo reale.

Il patrimonio, la ricchezza, che prima constava di demani, ettari di coltivazioni e persino bestiame oggi è…virtuale. Persino il denaro, fatto di metallo è carta adesso è disponibile in una nuova versione: paperless, smaterializzato, intangibile.

Nel 2013 due ragazzi tedeschi, due giovani visionari, hanno creduto fermamente in un progetto: l’esigenza di poter portare la propria banca in tasca, nel proprio smartphone. Niente code infinite agli sportelli, bensì soddisfacimento istantaneo di ogni esigenza: una vera e propria rivoluzione, sia per i privati che per le aziende. 
Erano necessari però ingenti investimenti, perché la visione e l’intuizione c’erano, ma andava costruita una tecnologia in grado di compiere tutte queste procedure in un click, senza che l’utente finale si accorgesse di tutti i processi che avvenivano in background.

Nonostante il clima poco favorevole, causato dalla recente crisi subprime, gli investitori hanno creduto anch’essi nel progetto, nella snellezza di dinamica che comportava il liberarsi dall’onere fisico di una banca (sedi, dipendenti, sportelli, ATM) e nel vantaggio insito del progetto: quasi tutti siamo in possesso di un cellulare, e nella maggior parte dei casi supporta una connessione internet e consente l’utilizzo di app.
E il gioco è fatto: gli stessi utenti finali diventano la banca, come delle tartarughe che portano con sé la propria casa, ogni giorno portiamo con noi stessi un mondo intero in tasca.

L’esperienza con N26 è fluida, semplice, piacevole. Così tanto che è stato proprio questo il fattore determinante nell’ingente diffusione che ne è conseguita: l’interfaccia si fa voler bene, ed è scevra da complicazioni che spesso sono parte costituente dell’home banking “classico”. I due ragazzi tedeschi avevano capito che semplicità e immediatezza erano le parole chiave e dominanti nel panorama contemporaneo.

Come se l’implemento grafico e di user experience non siano sufficienti, il conto base è a canone zero, e N26 offre ovviamente servizi diversificati per utenti business o privati, migliorando ancora di più l’esperienza, estremamente personalizzabile, fatta su misura.

La genialità sta nell’aver colto che ad oggi non è la sostanza delle cose a fare la differenza (ogni banca consente di effettuare bonifici, prelievi e pagamenti) ma il vero punto di svolta sta nel come si fanno le cose e soprattutto in quanto tempo, questo l’elemento discriminante.
In un mondo che corre sempre più, con auto e treni iperveloci e cambiamenti repentini, siamo meno pazienti che in passato. Che ciò comporti un’evoluzione o una involuzione è una considerazione superflua, ma resta un dato di fatto.

Vogliamo la rivoluzione? Sì.
Quando la vogliamo? Adesso.


BILL GATES E STEVE JOBS: DUE VISIONARI

Bill Gates e Steve Jobs, fondatori rispettivamente di Microsoft e Apple, hanno rivoluzionato il rapporto tra l'individuo e la tecnologia informatica. Una volta dominio esclusivo del mondo accademico e delle strutture di ricerca, i computer possono ora essere trovati in ogni area del business, del governo e dell'intrattenimento personale. Gates e Jobs hanno facilitato questa rivoluzione, introducendo una generazione alla pratica del personal computing e ponendo le basi per l'Era dell'Informazione. Gates e Jobs hanno trasformato la loro curiosità per l'elettronica in un'industria multimiliardaria. Dai primi esperimenti come l'Apple II e il DOS all'X-box e l'iPod, Gates e Jobs si sono impegnati a sperimentare tutte le strade della tecnologia e a distribuirle a un vasto pubblico. Il viaggio non è stato senza prove per entrambi i CEO.

La causa antitrust contro Bill Gates della metà degli anni '90 e la separazione di Steve Jobs da Apple alla fine degli anni '80 hanno rappresentato due grandi sfide per entrambe le aziende. Tuttavia, i due leader hanno sfruttato questi periodi di incertezza come motivazione in più per innovare, portando la tecnologia digitale verso nuove frontiere e nuovi territori. Pixar Studios, MSNBC, la Xbox e il fenomeno dell'infotainment sono tutti nati dalle ceneri di controversie aziendali. Le storie di Bill Gates e Steve Jobs sono, in definitiva, come un’unica grande storia: la storia del personal computer, del suo software e del suo gigantesco impatto sulla società. Da due ragazzi che hanno abbandonato il college sulla West Coast è nata una rivoluzione che ha influenzato in maniera radicale le regole del business globale.

Su di loro ci sarebbe tanto da dire e, forse, sarebbe quasi banale farlo. Pur non esenti da contraddizioni, sono tuttavia considerati due esempi di genialità, perseveranza, grande fiuto per gli affari e innovazione a 360 gradi nel mondo economico-finanziario moderno.

La morte di Steve Jobs ha posto le basi per una domanda, forse banale ma quanto mai vera: chi sarà il prossimo dopo di lui? Magari passerà un po' di tempo prima di vedere un altro imprenditore altrettanto innovatore e iconico. Quello che è certo è che Jobs si è già assicurato un ruolo centrale nella grande storia del business americano. E di sicuro Bill Gates non è da meno!


IL CASO MICHELE SINDONA

Un altro case history considerato di cruciale importanza e che funge da monito per i tragici risvolti che racconta, è il caso di Michele Sindona, noto finanziere internazionale diventato poi celebre come truffatore e criminale: un uomo ritenuto responsabile di un disastro che, 12 anni dopo, è stato considerato (e probabilmente rimane tuttora) il più grande crollo bancario nella storia degli Stati Uniti. Sindona è morto quattro giorni dopo essere stato condannato all’ergastolo da un tribunale di Milano per aver commissionato l'assassinio, nel 1979, dell'avvocato nominato allo scopo di liquidare le sue banche italiane fallite.

Nato in una piccola cittadina della Sicilia, Sindona si elevò presto come abile uomo di affari e la sua caduta è diventata uno dei più grandi scandali finanziari del mondo. Poche persone avevano sentito parlare di lui prima che il suo “ombroso impero”, che si estendeva per tutto l'oceano, crollasse nel 1974. A quel tempo, le perdite imputate alle sue pratiche bancarie si aggiravano sulle centinaia di milioni di dollari, e le vittime affollavano i tribunali da Roma a Long Island.

Prima di tutto questo, Michele Sindona serviva come consigliere finanziario del Vaticano ed era salutato dai funzionari del governo italiano come il "salvatore della lira". Quando divenne chiaro che lavorava a braccetto con la mafia italiana e americana, un pubblico ministero italiano lo denunciò come uno dei "più pericolosi elementi criminali della società italiana". Così, quando il vero temperamento di Sindona fu messo a nudo, questi dovette affrontare accuse di frode negli Stati Uniti, così come accuse di frode e più tardi di cospirazione per omicidio in Italia. Si difese reclutando le sue coorti mafiose per eliminare chiunque lo minacciasse. Sindona reclutò anche dei sicari per far uccidere un liquidatore nominato dal governo della sua banca a Milano. L'uomo fu effettivamente assassinato.

Un complotto di omicidio negli Stati Uniti ebbe meno successo. Sindona cercò un sicario per uccidere l'assistente procuratore John Kenney, che stava seguendo un caso contro di lui. Il sicario, Luigi Ronsisvalle, si era precedentemente già occupato di qualche altro "lavoro sporco" per il finanziere. Sindona voleva che mettesse eroina o cocaina sul corpo di Kenney per far sembrare l'omicidio legato alla droga.

Pur essendo un abile assassino da “contratto”, Ronsisvalle si oppose, dicendo: "Stai parlando di qualcosa di grosso". Ronsisvalle non era considerato un uomo intelligente, ma sapeva che la mafia americana non vedeva di buon occhio l'uccisione di procuratori; infatti la mafia aveva l'abitudine, come nel caso del complotto di Dutch Schultz per far assassinare il procuratore Tom Dewey, di colpire chiunque osasse sconvolgere lo status quo in quel modo. Sindona continuò il complotto con altri, ma alla fine si tirò indietro quando uno degli intermediari che organizzavano il presunto omicidio menzionò incautamente il nome di Sindona su un telefono che il banchiere temeva potesse essere intercettato. Sindona fu condannato per i suoi crimini americani e condannato a 25 anni. Le autorità americane lo hanno poi spedito in Italia dove è stato condannato per i suoi crimini e condannato all'ergastolo.

Poco dopo la sua condanna, l’ormai sessantacinquenne Sindona bevve una tazza fatale di caffè avvelenato nella sua cella. Il caffè nella sua tazza era stato corretto con del cianuro. Si accasciò a terra e gridò: "Mi hanno avvelenato". Tuttavia, dalle autorità in seguito fu dichiarato che Sindona si era suicidato. Al momento della sua morte, Sindona aveva una condanna di 25 anni per frode negli Stati Uniti, inflittagli nel giugno 1980 per il suo ruolo determinante nel fallimento nel 1974 della Franklin National Bank. Il fallimento di questa banca causò, a sua volta, vaste perdite economiche a diverse altre banche negli Stati Uniti e in Europa.


 

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